venerdì 24 ottobre 2014

La difficile vita delle lavoratrici con il cancro al seno

Continuare a lavorare durante la malattia o riprendere a farlo dopo le terapie associate ad un cancro al seno. Sembra facile....La causa? Diritti non conosciuti, diritti non rispettati e burocrazia insensata. La paura di perdere il posto, inoltre, può anche spingere a non seguire le terapie. I motivi? Le leggi che tutelano i diritti dei lavoratori sono spesso sconosciute o inapplicate, in alcuni casi addirittura inesistenti e le prassi burocratiche sono difficili da seguire mentre si affronta la malattia.

Un cancro al seno non è soltanto un grave problema di salute da affrontare per una donna: spesso può anche essere un fattore di esclusione sociale ed economica, anche ad anni di distanza dalla guarigione.
Quasi una lavoratrice su tre che sconfigge il tumore, infatti, smette di lavorare entro quattro anni dall'insorgenza della malattia, dato che peggiora nel caso in cui la donna sia stata sottoposta a trattamento chemioterapico. Questi i risultati di uno studio pubblicato sulla rivista Cancer nell'aprile del 2014 e condotto da Reshma Jagsi, ricercatrice del Dipartimento di oncologia all'Università del Michigan particolarmente attenta alle problematiche di genere (ecco l'abstract).
I ricercatori hanno preso in esame 746 donne al di sotto dei 65 anni provenienti da Detroit e Los Angeles a cui è stato diagnosticato tra il 2005 e il 2007 un carcinoma mammario ad uno stadio precoce e che prima della diagnosi lavoravano. Le volontarie, subito dopo la diagnosi e poi a quattro anni di distanza, hanno accettato di rispondere a un questionario in cui hanno fornito informazioni sulla loro attuale situazione lavorativa. Ciò che ne è emerso è un generale peggioramento della condizione occupazionale ed economica delle ex-pazienti. Il 30 per cento delle donne a quattro anni dalla diagnosi non ha più il lavoro, benché la maggioranza dichiara di voler lavorare ancora. Quota che in realtà sale al 38% se si considera il gruppo di donne trattate con la chemioterapia, e che scende al 27% per chi ha subito solo l’intervento chirurgico. Dallo studio emerge anche un altro dato importante: almeno la metà delle donne disoccupate ha dichiarato che avrebbe voluto continuare a lavorare, e il 31% sta cercando attivamente un’occupazione.
Si tratta di uno dei primi studi volti a indagare l'impatto della chemioterapia sulla vita lavorativa delle donne a estendersi su un arco temporale così allargato. È infatti risaputo da tempo che una terapia invasiva e debilitante come la chemio può portare nel breve termine a problemi di reinserimento occupazionale, a causa dei numerosi e invalidanti effetti collaterali. Se in certi casi è l'unica via possibile, quando utilizzata a scopo preventivo per contrastare eventuali rischi di metastasi (chemioterapia adiuvante) potrebbe non essere la scelta migliore per tutte.
"Molti medici pensano che le pazienti che perdono il lavoro durante il trattamento possano poi riprendersi sul lungo termine. Questo studio suggerisce che non è così.”, afferma Jagsi.
Riacquistare la salute non basta quindi per riprendere in mano la propria vita nel modo in cui la si era lasciata al momento della diagnosi, un aspetto di cui si dovrebbe tener conto nella scelta della terapia antitumorale più adatta per ogni donna.

In Italia la giornalista Tiziana Moriconi nel suo articolo "Disoccupate dopo un tumore" descrive la situazione non è certo più rosea: il 12 maggio 2014, in occasione della IX Giornata del malato oncologico, l’Università di Milano ha diffuso i risultati di un suo sondaggio. I dati (non specifici per il tumore al seno) mostrano che il 30,7% dei lavoratori colpiti dal tumore è costretto a dimettersi o a cessare la propria attività. Non solo: sembra che siano pochi i lavoratori dipendenti che conoscono o riescono a sfruttare i propri diritti. Appena il 7,8% chiede il part-time, meno del 12% utilizza i permessi retribuiti, solo il 7,5% i giorni di assenza previsti per le terapie salvavita.
L’opinione del giuslavorista Gabriele Fava. “In Italia sono circa 150 mila le donne che convivono con il tumore al seno, e quella del lavoro è una delle problematiche più sentite”, dice Gabriele Fava, avvocato esperto di Diritto del lavoro. “Il diritto al lavoro e alla tutela della salute – continua Fava – trovano il primo riconoscimento nella Carta costituzionale, ma nella realtà le norme di principio rimangono spesso inattuate, e le lavoratrici hanno di fatto una limitata tutela legislativa: la disciplina vigente offre solo alcune tutele, la cui attuazione rappresenta molte volte un’ulteriore fatica da parte di chi è già gravato dalla malattia”.
Le leggi, in teoria. “Scendendo più nello specifico, è soprattutto la legge 104/92 a sancire le tutele per le donne affette da carcinoma mammario, come: la riduzione dell’orario di lavoro (2 ore) o, a scelta, un permesso di 3 giorni al mese; il diritto di scegliere, laddove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e il divieto per il datore di lavoro di trasferimento in altra sede senza consenso; il diritto a trasformare il proprio contratto di lavoro da tempo pieno a parziale, almeno fino a quando le condizioni di salute non consentono una normale ripresa dell’attività lavorativa; il diritto a svolgere mansioni compatibili con il proprio stato di salute”.
In pratica. “Non tutti questi diritti, però, sono automaticamente applicabili a tutte le aziende. Il rispetto delle tutele si scontra infatti con le diverse previsioni dei contratti collettivi e con le necessità aziendali. Un esempio concreto? La richiesta di mutamento delle mansioni: a meno di una specifica previsione contrattuale, non costituisce un diritto del lavoratore con ridotta capacità lavorativa a causa della malattia. È quindi sempre importante consultare il contratto collettivo applicato dal proprio datore di lavoro”.
E poi c’è la burocrazia, che non di rado ostacola la possibilità di far valere i propri diritti. Basti pensare alla confusione sui permessi retribuiti (previsti dall’art. 33 della legge 104/1992). “Sono state emesse molte circolari da parte dei diversi enti previdenziali – INPS, INPDAP, ecc – ma le indicazioni fornite non sempre sono omogenee. Con la conseguenza che, di fatto, diventa complicato avvalersi di questi permessi”, spiega Fava. Non solo: ottenerli richiede una procedura non proprio semplice. “Per gli assicurati INPS, per esempio, è necessario presentare una domanda (scaricabile dal sito, ndr.) insieme a una serie di documenti che provino la disabilità e che spesso richiedono ulteriori relazioni mediche, accertamenti e visite oltre a quella dell’oncologo”.

Non parliamo poi nello specifico delle lavoratrici autonome colpite dal cancro al seno........

Link utili:
Guida di Europa Donna per le lavoratrici operate al seno

1 commento:

  1. Che dire.... quando leggo queste cose mi prende sempre una tristezza infinita nel constatare che le tette delle lavoratrici autonome sono di serie B. Ma c'arriveremo, giuro, prima o poi a dare loro dignitià e dignità alle libere professioniste con partita iva che si ammalano. Per chè lo Stato fa differenza tra lavoratori, la malattia NO!

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